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Vorrei il sole e la nebbia perenni
post pubblicato in Il paradiso all'improvviso, il 17 marzo 2008

Vorrei il sole e la nebbia perenni

Perché non ti fan vedere oltre quel che vuoi vedere
E quel che vedi non è sempre inversamente proporzionale al verbo
Che avresti proferito vedendo quel che non volevi vedere e _ e che va oltre quella nebbia lì

Che a trieste non avresti mai detto che

Che ci sarebbe stata eppure c’è e ci perfora gli strati della pelle come fosse una siringa

Musica, musica e papà acquisiti che ti dicon quel che sarebbe stato se

Se

Se

...







permalink | inviato da annuzzapeste il 17/3/2008 alle 21:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
Festa delle femmine, femmine in festa
post pubblicato in Il paradiso all'improvviso, il 9 marzo 2007

Vorrei scrivere un post poetico, per questa appena passata festa delle donne, e invece mi vengono solo immagini al limite del trash o dello splatter.
Un po’ per via di quest’insulsa festina, dove milioni di sciurette e sciurettine assatanate si riuniscono per andare a festeggiare tutte insieme non si sa cosa, né perché, a spendere 50 euro in cene insipide, tutte in attesa che il belloccio di turno, ovviamente a pagamento, si spogli difronte a loro, sventolando sotto i loro nasi arrapati i gioielli di famiglia.
Un po’ perché si sono consumate sotto i miei occhi impotenti varie tragedie, liti fra femmine che volevano uscire e far uscire altre femmine mentre queste ultime non ne volevano sapere, femmine che volevano ospitare una femmina sì e l’altra no, insomma: un vero gineceo con tanto di tragedia euripidea, roba che Ecuba non è niente, al confronto. E non mi è rimasto nient’altro da fare, che ritirarmi in camera mia a piangere. No, a dire la verità dopo la lezione di struscio sui pavimenti (per i profani, di danza contemporanea) volevo andarmene al Tetris, localino radicalchich di Trieste, a vedere i famosi Monologhi della Vagina, così tanto per fare la solita intellettuale, per dire di aver fatto qualcosa di diverso. Ma poi mi sono scoraggiata, è tornata la bora e un altro incubo delle donne si è manifestato alla mia, di patonza. E che ho riassunto nella poesia del mio celeberrimo motto il Barone Rosso Rampante mi fa sentire un Visconte Dimezzato. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

 

Per passare ad argomenti più seri, se non altro per riprendere quella vaga aura di intellettualismo che circonda la mia figura (ahah) vi suggerisco di leggere a piena mani, occhi, orecchie, Gli Scali del Levante, un regalo spontaneo della mia traduttrice preferita, Fiammetta. A voi signore e signori, la splendida epopea familiare di Amin Maalouf, autore libanese (fino all’altro giorno, ero convinta fosse una donna, tanto per rimanere in tema di festa delle donne). Se conoscete la gallica lingua, meglio: la traduzione in italiano zoppica e si perde un po’ di poesia. Strano, di solito questi tascabili Bompiani sono sempre così curati. Comunque, vi dicevo. Sono stata sul punto di piangere almeno due volte nel corso del libro, e a me raramente succede. Mi è capitato, forse, soltanto con dei film. Tipo Le invasioni barbariche, splendido film canadese, e I cento passi. Con un libro è più difficile. Ma credetemi, ne vale la pena. Quando si va a dormire con negli occhi quelle luci e quei personaggi di un libro di cui fino all’altro giorno non si sapeva niente significa che l’autore è un maestro, o che la sottoscritta è, improvvisamente, diventata una pappamolle. Il sondaggio è aperto.







permalink | inviato da il 9/3/2007 alle 15:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
Diario di una fanciulla emersa dal buio di una rassegna cinematografica infinita
post pubblicato in Il paradiso all'improvviso, il 26 gennaio 2007

Voi non sapete cosa sono costretta a fare in questi giorni, povera me. Sono impegnaterrima, non potete immaginarvi quanto.
Voi non sapete cosa significa ritrovarsi all’una di notte con un sederotto a frittella per colpa di 9 ore passate in scomodissime poltrone di tristi cinema che sanno di chiuso e moquette pluriacarica. Li chiamano cinema d’essai, io direi che un’ispezione sanitaria non farebbe male a nessuno.
E voi, infine, non sapete nemmeno chi sono i personaggi che la vostra povera eroina incrocia sulla sua strada in questi giorni.

“Ciò muli, feme spazio. Sì sì, te g’ha capio, g’ho intenzione de far casin oggi”. E questo non è che un assaggio. Il personaggio, tipico vecchietto col cappello da gite fuori porta la domenica in macchina a 40 all’ora, che forse si chiama Severino, Nonno Severino, di quelli che fanno uscire dai gangheri anche un ciclista in salita – e ve lo dice chi non fa altro che andare in bici, o a pedibus, non avendo altri mezzi – è purtuttavia uno dei più simpatici.
C’è il logorroico di turno, quello che ti becchi a tutti i festival di cinema possibili, capello unto e parlata (triestina) facile, che ti si attacca alla coda (tanto per essere eleganti) e non ti molla manco in sogno. Non si capisce se lo fa per fare amicizia o per draguer, se vuole invitarti a cena o a farti una ronfata davanti ad un documentario uzbeko (cosa che la vostra esimia giornalista ha fatto, peraltro). I poveri ragazzi che lavorano come mascherine al festival sono pure costretti a sorbirselo e a rispondere fingendosi interessati. Non può che meritarsi un soprannome: Nightmare.
Non manca il prototipo dello stronzetto, il ragazzo immagine. Certo che li fanno proprio tutti con lo stampino: vocazione finto romantica, capello selvaggio, bella presenza – roba da annuncio economico, insomma – palmare gentilmente fornito dal papi a mimare un lavoro così stressante, ma così stressante da non poter fare a meno di leggere messaggi e mail in piena proiezione di uno dei film, proprio quello in prima mondiale. Proprio quando c’è una scena completamente al buio, neraneracomelapece, avrebbero detto i poeti laureati, lo stronzetto sfodera il suo palmare per rispondere ad una mail di 40 cartelle. Il palmare illumina il pubblico neanche fosse un lampione da 10.000 watt mentre lo stronzetto, imperturbabile, si ripassa la mail, e chi se ne frega se il pubblico ne resterà accecato. Voi non potete capire che stress sia il suo lavoro. Lo stronzetto potrebbe essere oggetto di un inventario psicologico, da farci un corredo letterario all’intera rete. Come lo chiamiamo uno così? Lo chiamiamo Cavaliere Gedi. Con uno così non andrei nemmeno a ballare I don’t feel like dancing, vedete un po’ voi.

C’è da dire che insieme a Nightmare, a Cavaliere Gedi e al nonno Severino, ho assistito a pellicole alcune meritevoli, altre un po’ scadenti. Cinema rumeno, che ci fai a noi europei. Con quelle parole identiche all’italiano e al francese (buonasera, merci), e quegli slavismi, sai così di esotico, da diventare irresistibile. E tra la caduta di Ceausescu e lo scoppio del consumismo, ci sorbiamo sentimenti e leggerezza, ma anche film d’infinita noia, militari, pseudodocumentaristici. Vedeteveli con un amico balcanico qualunque – io ne ho visto uno con Gjorgji, un amico di Tirana – e poi vi farete solo una vaga idea di quanto schiacciante deve essere stata la dittatura comunista nei Paesi dell’est. Altro che avanti popolo. Roba che non si poteva nemmeno accendere il riscaldamento. O cucinarsi una bistecca.

Non parliamo degli sfizzeri, sorpresa delle sorprese. Aaah, la svizzeritudine, tanto per coniare un neologismo. Ammetto di essere stata piuttosto prevenuta al riguardo. E invece. Altro che noiosi, c’aveva ragione la Sciroccata, e anche un mio choupette translator di Napuli che ci ha passato un anno di liceo, nella parte tedesca. La Svizzera ci sorprende tutti con i suoi artisti/registi/poeti/scrittori no-sense. Uno svizzero ci seppellirà – a tutti noi, europei convinti di essere la meglio gioventù anticonformista ed innovatrice. Altro che ordine, noia, rigore: sì, sì, dalle immagini ci trapelano questi cliché, che forse sono anche un po’ veri. Ma nella trasgressione a quest’ordine, si nota un certo nonsochè di fantasioso, ribelle. Forse è un po’ come nelle dittature, la Svizzera così ordinata stimola gli animi diperloro anticonformisti e racconta storie delicate e commoventi in modo disincantato e inaspettato. Che dire? Andatevi a vedere una pellicola di Fredi M. Murer, avere ottant’anni e non dimostrarli. E poi ditemi se non è vero. È vero, i suoi film degli esordi sono difficili da digerire: corti di 20-30 minuti senza alcun dialogo, solo un trip surreale di immagini senza un nesso logico, che procede per intuizioni, all’indietro, senza una precisa logica né una vera e propria fabula; ma meritano, credete.

Se invece volete deprimervi, andatevi a vedere, quando esce, Transylvania di Tony Gatliff. Non vi deprimerete per chissà quali reconditi significati filosofici che vi manderebbero in ritiro spirituale tra i castelli di dracula rumeni a meditare sul significato della società capitalista contemporanea, né per la perdita dell’identità che il film vuole (vorrebbe) descrivere; no, non si tratta di questo. Semplicemente, è deprimente oltre ogni dire la recitazione (im)magistrale di Asia Argento. Non voglio fare la solita polemica sul fatto che sia figlia di… E nemmeno difenderla, dicendo che, poverina, chissà che complessi, con cotanto padre. Semplicemente, mi soffermo sulla totale incapacità espressiva del volto dalle occhiaie viola pseudomaledetto, di un’eroina di un film che vorrebbe parlare di rom e invece parla solo di una moda. Deludente oltre ogni dire. E pure grezzona. Soprattutto quando la nostra Zingarina – così si fa chiamare l’Argento – si mette a pedalare cantando “avanti popolo, alla riscossa” con una voce che squarcia l’aria da quanto è sgraziata. Non ditemi che sono acida. È tutto vero.

Per riprendervi, infine, potreste anche vedervi il Montalbano de noartri, cioè il Commissario Laurenti, frutto della fantasia di Veit Heinichen, scrittore teteshko trapiantato a Trieste. Il commissario è capo della polizia dell’alabardata, e indaga sui giri di una città forse un po’ stereotipata, con tutta quella mafia, prostituzione, soldi riciclati che neanche a Palermo. Ma almeno, nel vedere la mia adottiva cittadina borghesuccia vi passerete un paio d’ore in leggerezza. Non fatevi troppe domande, per favore: non c’è niente di realistico in questi film polizieschi, se non il traffico in Piazza Ponterosso. Da non perdere: la responsabile della scientifica della polizia giudiziara, che di cognome fa Mozzarella. Strano che non l’abbiano chiama Zucchina, visto che i crucchi ci chiamano così.







permalink | inviato da il 26/1/2007 alle 13:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
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