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Mille splendidi film
post pubblicato in Il libro della settimana, il 18 agosto 2007
Immagine di Mille splendidi soli

Gli ingredienti per essere un best seller in tutti i Paesi dell’universo conosciuto, questo libro li ha tutti. La storia di due famiglie socialmente e culturalmente diverse, un contesto storico attuale, una storia d’amore e di umanità che percorre tutto il libro, l’amicizia e la solidarietà femminile in un mondo difficile e continuamente vessato sul fronte delle donne, considerate alla stregua di oggetti, di animali da procreazione. Sentimenti universali che coinvolgono e fanno commuovere tutti, indipendentemente da età, provenienza culturale e sociale, nazionalità.

Ci mette del suo, però, anche quel suo certo stile cinematografico. E non è un caso che i diritti dei libri siano stati comprati da Spielberg per farne un film, come già per Il cacciatore di aquiloni, primo libro di Hosseini. È proprio il classico libro da portare sotto l’ombrellone: cambi di scena, come una telecamera che segue prima un punto di vista e poi l’altro, due storie apparantemente indipendenti che s’intrecciano in modo inaspettato, colpi di scena. La descrizione di un personaggio negativo solo attraverso gli occhi dei personaggi considerati positivi. O forse, volutamente, solo attraverso gli occhi delle donne, vittime ma inaspettatamente riscattatrici del proprio destino. Donne con una visione del mondo condivisibile, ma fin troppo “occidentale”, femminista. Sarà un punto di vista proprio realista? Sarà vero che le donne, cresciute in un ambiente di quel tipo, sognano un riscatto morale e sociale? Da qui è difficile verificarlo. Bisognerebbe conoscere il punto di vista delle donne afghane, scritta di loro pugno. E sarebbe comunque una visione parziale: le elite che scrivono non sempre rispecchiano i sentimenti dei più.

Una visione del mondo che appare non solo antitalebana, ma anche piuttosto filoamericana. Pur dando, attraverso la voce dei personaggi “positivi”, un certo qual merito al regime comunista che vigeva negli anni precedenti al regime talebano, di aver dato maggior potere alle donne, si sente un implicito appoggio alle azioni americane, osteggiate dai personaggi negativi. Un punto di vista, insomma, discutibile.

È vero che l’autore Hosseini vive negli Stati Uniti da molti anni, ma a quando la traduzione di autori di madrelingua pashtu, o persiana, dal pashtu o dal persiano, anziché dall’inglese? La scelta linguistica dell’autore la dice lunga sulla sua volontà di far amare le avventure dei suoi personaggi, anche utilizzando una lingua “semplice”, diretta, più espressiva in un mondo globalizzato. Probabilmente frutto di una scelta editoriale americana, ma a volte, e qui la nota del traduttore s’impone, frutto di una scelta traduttiva italiana: molti autori che scrivono in arabo e inglese o francese, vuoi per motivi economici, vuoi per maggiore disponibilità di traduttori dall’inglese e dal francese che non dall’arabo, sono tradotti da tali lingue. Chiamo in causa le scelte editoriali di molte case editrici, ponendo un interrogativo: quale modo migliore di tradurre i sentimenti dei personaggi, se non tradurlo dalla loro madrelingua, o quantomeno dalla madrelingua dell’autore?




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permalink | inviato da annuzzapeste il 18/8/2007 alle 13:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
Lo sguardo del maestro sulla società contemporanea
post pubblicato in Il libro della settimana, il 8 agosto 2007
Immagine di La storia non è finita

Se esiste un intellettuale, oggi, quello è Claudio Magris. Apprezzarlo come romanziere richiede un enorme sforzo intellettuale da parte dei lettori; è molto colto, pieno d'allusioni letterarie e storiche, onestamente faticoso. Ma come editorialista del Corriere della Sera è strepitoso. Certo, si nota che parla di qualcosa che egli mastica quotidianamente e che un comune mortale probabilmente non recepisce in automatico. Ma grazie a questo libro si arriva ad entrare nel suo universo di pensatore liberale. Sì, perché il suo sguardo è lucido, pieno di quel senno di poi che tanto manca al giornalismo italiano. Perché riesce a vedere la laicità quale dovrebbe essere, in Italia: non un soffocamente dei valori tradizionali quale la vedeva Pier Paolo Pasolini negli anni Settanta, ma un valore positivo dal quale la società contemporanea avrebbe bisogno di trarre leggi e normative. Perché la legge non è un ente astratto, altro dalla società come lo intendeva Kafka, una macchina irraggiungibile e complessa, ma deve adattarsi ai cambiamenti della società contemporanea.



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