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Vuelvo al est - Zagreb is burning
post pubblicato in Diario, il 16 ottobre 2007

Che poi uno dice, andiamo. Andiamo dove? Qui, oltrefrontiera, anzi oltre due frontiere, passata la slovenian wood e il controllo spietato dei bagagli d’esportazione, vestiti italiani meno cari per il fu embargo croato, da pagare rigorosamente in dogana.

tramonti a nordest

Attratti da poetry simposium, in fumosi - fumosi! - caffè della dolce capitale hrvata, sullo sfondo non lontano del milione di abitanti grattacieli alla goodbye lenin, ma più soft. Vialoni alberati su una distesa di foglie arancioni da scricchiolare nella nostra seconda infanzia, più consapevole ma meno innocente. Viuzze colorate in un centro in cima alla collina, quello storico della cattedrale, obviously in restauro. Un museo, quello della città, improbabile mélange tra il museo archeologico e quello della vita contadina. Questa seconda parte, cioè quella della vita contadina, molto più trash di quel famoso museo friulano di San Vito al Tagliamento, ove vidi i natali. Chiacchiere con bellissime e dolci dalmate truccate e magrissime, in italiano, sulla nostalgia del comunismo, proprio come nel goodbyelenin sopraccitato, ma un comunismo più, tra virgolette, all’acqua di rose, non come quello tedescofono di cui subiamo il fascino da lontano, qualcosa di più umano - così mi dicono. Caffè ovunque, dal sapore tutto italiano sotto un sole dal calore quasitaliano, lunghe chiacchiere seduti a non far nulla difronte al mercatino delle pulci, dove puoi trovare libri di favole italiani ed austriaci. Quelli degli anni cinquanta, che leggeva la mamma, quelli che non leggeresti mai a tuo figlio per paura di non sapergli spiegare il significato di una parola. Che ti fanno sorridere per la loro ingenuità - falsa ingenuità, perché la morale che ci sta dietro è temibile e terribile, ed è il ritratto di un’epoca così lontana di cui si sente tuttoggi l’eco stridente.

Che poi uno dice, torniamo, in treno, prendiamo le cuccette e dormiamo, fosse semplice. Nessun controllore ti prende la carta d’identità come sul treno Parigi Venezia, qui: ogni polizia di frontiera, prima quella croata, poi quella slovena, infine quella italiana ti sveglia ogni ora per il rigoroso controllo. Lo stesso controllo, naturalmente, quasi inesistente nel passare la frontiera per andare di là. Riscuotere gli otto gradi di una buia mattinata monfalconese con incredibile nonchalance, accendere le sigarette ultraslim bianche e pure come la luce del mattino, attendere attendere attendere.





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permalink | inviato da annuzzapeste il 16/10/2007 alle 16:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
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